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Verso una certificazione dei prodotti Ittici



La notizia è uscita da Cesenatico, ed è servita ad aprire il dibattito sul marchio di qualità e sulla possibilità di una "doc" per il pesce italiano. E nel dibattito, un'idea che raccoglie l'unanimità dei consensi: potrebbero essere proprio le produzioni provenienti dall'acquacoltura a fare da "test" del
marchio di qualità. La fiera della pesca ad Ancona è stata la sede in cui, tra i convegni, si è discusso anche di marchi, certificazioni e prodotto italiano da tutelare. Il punto di partenza è stata l'ordinanza sindacale che in maggio il Comune di Cesenatico ha emesso, nei limiti dei suoi poteri, per dare una regolamentazione al mercato ittico comunale. Spiega l'assessore alla Pesca, Patrizia Serratore: "La nostra operazione consiste nel concentrare la produzione giornaliera nell'ambito del mercato. Qui il servizio veterinario, dopo esami igienlco-samtari a campione, rilascerà il nulla osta per la commercializzazione del prodotto. Così facendo si crea di fatto un marchio di denominazione d'origine controllata che accompagnerà il prodotto lungo tutta la filiera". In pratica, a Cesenatico, dove è ben individuata la zona del mercato, chiunque sbarca merce, sia che vada alle aste sia alla commercializzazione piccola, in banchina, dovrà compilare un modulo della direzione del mercato in cui indica la qualità per specie, la quantità, il valore presunto a inizio vendita. La dichiarazione di sbarco viene poi timbrata ed eventualmente controllata dal punto di vista sanitario. Chi è in possesso della certificazione si colloca poi all'interno del mercato e procede alla vendita.
Non si tratta ancora di un marchio doc, ma almeno di un processo che permette di individuare le qualità e le quantità che passano da questo mercato. Poiché la flotta di pesca di Cesenatico batte una zona limitata, c'è l'ipotesi di accordarsi con gli operatori per specificare che si tratta di prodotto italiano. La discussione sulla doc resta però aperta. Ad Ancona Cono Bruno, il presidente delle cooperative ittiche dell'Agci, la Aicp, ha una proposta più ampia, di livello nazionale. "Intanto si potrebbe già operare su alcune produzioni tipiche e concentrate in allevamenti, in acquacoltura, specializzati, ad esempio le seppie dell'alto Adriatico.
Il problema della concorrenza estera penalizza anche le produzioni di spigole e orate, le cui quotazioni, quando sono stati progettati e attuati gli allevamenti erano molto più alte di adesso". Sulla certificazione di provenienza e di qualità si stanno muovendo in parecchi e apparentemente senza collegamenti l'uno con l'altro. La stessa Regione Marche ha approntato un progetto di legge regionale in cui sono anche previste provvidenze, oltre che per la creazione di impianti di acquacoltura, anche per "un centro di qualificazione e certificazione del prodotto fresco adriatico". Quello che manca, in realtà, è un istituto pubblico di certificazione, indicato da una norma precisa che invece non esiste ancora, e che distingua il prodotto nazionale. E, ad avviso del presidente dell'Aicp, non è agendo sui mercati ittici che si ottiene qualcosa. "Le sperimentazioni come quella di Cesenatico non portano in sé a un marchio di qualità, che deve seguire strade differenti.
Intanto, il dato di fatto è che i mercati ittici rappresentano il trenta per cento, complessivamente, del mercato totale. Anzi, direi che il mercato ittico è il posto meno indicato per la certificazione del marchio di qualità. Nella sala aste, a causa dei numerosi passaggi di mano, si perde la possibilità di qualificare la produzione. L'obiettivo da raggiungere, se si vuole fare questo indispensabile salto di qualità del marchio, è di far sì che il momento della distribuzione venga controllato dai produttori, pescatori o allevatori. E per ottenere questo, occorre anzitutto che una legge indichi chi siano i controllori e cosa debba essere messo sulle confezioni. E poi occorre una norma quadro per definire la qualità".
Secondo l'opinione del presidente dell'Aicp (tra l'altro le cooperative ittiche sono in fase avanzata nel processo di unificazione tra le tre centrali) occorre studiare formule di valorizzazione che consentano la migliore difesa della nostra produzione rispetto alla preoccupante concorrenza di prodotti ittici importati. Le tre centrali stanno d'altronde lavorando per costituire un consorzio unitario per la promozione e la valorizzazione commerciale del settore ittico. Per la parte che riguarda i marchi, il punto di riferimento è la legge sulle doc del vino, che può essere in qualche modo trasferita sulla produzione ittica. "Si dovrà fare riferimento a una zona di pesca determinata,
o zone di ripopolamento o impianti di acquacoltura; alla modalità di pesca; ai processi di conservazione utilizzati e alle tecniche di produzione in allevamento. Inoltre la norma dovrà indicare i criteri di riconoscimento delle denominazioni d'origine e i disciplinari di produzione che si identificano con le tecnologie e le modalità utilizzate per la "produzione" sia essa pesca che
allevamento. Sarebbe inoltre importante l'esame chimico e batteriologico delle acque in cui vivono le specie. E sarebbe altresì indispensabile un comitato di controllo per elaborare i disciplinari di produzione, il controllo dell'applicazione dei disciplinari stessi, per collaborare con gli altri organi
competenti per l'osservanza della legge, per i controlli qualitativi e per la tutela dei marchi d'origine in Italia e all'estero".
Questi i punti centrali della questione. Al di là delle divergenze sui modi, non c'è dubbio che sia ora di passare a soluzioni operative valide per l'intero settore.


 

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